04 Apr Apprendimento Per Rapporto: Il Laboratorio ANORA Come Esperienza Creativa
Questo articolo, il secondo di una serie di tre, si prosegue il precedente “Poetica, Ricerca e Formazione Musicale”.
Apprendimento Per Rapporto: Il Laboratorio ANORA Come Esperienza Creativa
(…) A proposito di voce, molti dei partecipanti, attraverso questo lavoro di riscoperta del proprio mondo espressivo, hanno trovato una voce interna che si è poi materializzata in suoni concreti: non hanno realizzato solo musica originale, quindi, ma hanno iniziato anche a cantare.
A cantare, ovviamente, testi originali scritti da loro stessi. Abbiamo lavorato sulle lingue madri di ognuno, tentando anche così di stimolare una memoria pro-fonda di quelle prime esperienze di comunicazione interumana attraverso quei suoni ai quali, al di là del significato, probabilmente davamo già un senso. E ancora: quasi tutti, già dopo pochi mesi di laboratorio, dicono che suonano in maniera diversa, che sentono di dare un senso nuovo alle note che mettono insieme.
E quando questo avviene in un contesto in cui non si fanno lezioni di canto né di strumento, forse c’è da chiedersi cos’è che si mette in movimento: c’è un cambiamento nel pensiero che porta a un cambiamento concreto del fare, che è il frutto della condivisione di un’esperienza profonda, un fare insieme mettendo in gioco le fantasie e gli affetti di tutti, una dinamica interumana che abbiamo definito “apprendimento per rapporto”.
Devo essere io, quindi, a ringraziare i partecipanti ai laboratori, perché questa esperienza mi ha dato tantissimo in termini sia di crescita personale che di possibilità di fare ricerca e di poter proporre un modo diverso di pensare, fare e vivere la musica.
Scherzando con i partecipanti al primo laboratorio della nostra ormai lunga storia, dicevo: “siamo i pionieri di un modo nuovo di fare formazione musicale”; ma in realtà forse, sotto sotto, mi chiedevo quanto sarebbe stata compresa quella proposta didattica e quanto sarebbe quindi durata quell’avventura.
Oggi, a più di ventisei anni di distanza, sentendoli parlare del laboratorio, del metodo e del nostro particolare rapporto, viene da chiedersi: cosa abbiamo costruito, insieme?
Nei nostri laboratori di formazione musicale ci sono persone che quando ho iniziato il primo laboratorio, nel 2000, non erano ancora nate, e persone anche più grandi di me. Questa diversità – e non solo, ovviamente – è una risorsa importante per una forma di apprendimento basata sulla relazione creativa e lo scambio di esperienze, e ciò si lega a quanto abbiamo definito apprendimento per rapporto. E ad apprendere non è solo la persona in formazione: il formatore “impara” a fare formazione, costretto a pensare a come risolvere le difficoltà, e cresce anche umanamente perché i cambiamenti evolutivi delle persone in formazione danno un senso alla sua attività.
Spesso le persone arrivano al Laboratorio con pensieri di impossibilità, e poi, dopo un po’ di tempo (ognuno ha il suo) ascoltando la loro musica originale si ha la prova della possibile recettività a questo particolare tipo di rapporto, che esula completamente dal classico rapporto maestro-allievo perché non c’è nessuno che insegna qualcosa.
C’è solo qualcuno, più esperto, che ha fatto una lunga ricerca in tal senso, che aiuta altri a trovare una propria capacità e libertà espressiva, al di là di ogni limite imposto da uno specifico genere musicale o dalla tecnica.
È necessario cercare, quindi, un’identità artistica vera, non un’identità fasulla data dall’appartenere a un genere musicale. La musica dovrebbe entrare nelle scuole nel modo più aperto e libero possibile: il genere è una scelta che, se mai, si farà successivamente, altrimenti è solo un modo dannoso di imporre un’appartenenza che sarà solo un limite per le persone che la subiranno.
Bisogna fornire, a chi si forma, gli anticorpi necessari per affrontare certi insegnanti, una certa didattica, una certa cultura, i luoghi comuni e tutte le varie violenze e stupidità nascoste in certi pensieri.
Il laboratorio è uno spazio tempo dove ognuno sviluppa la propria identità artistica attraverso la realizzazione di un progetto originale con la partecipazione creativa e realizzativa di tutti gli altri partecipanti, un lavoro collettivo che invece di livellare e omologare, valorizza le diversità di ognuno nell’essere tutti uguali come possibilità, ma diversi nel modo di esprimerle. La musica è infatti un linguaggio non razionale umano che appartiene a tutti, altrimenti nessuno la ascolterebbe: c’è cioè una condivisione del processo creativo, tra chi la musica la inventa, chi la suona e chi la ascolta, perché senza la capacità, esclusiva dell’essere umano, di reagire al suono producendo un’immagine interiore, la musica, e non solo, non potrebbe esistere.
Vista in questo senso è, ripeto, un’esperienza psichica, è cioè legata a un movimento del pensiero umano non cosciente.
Ribadiamo il concetto pensando al fatto che quando sogniamo la musica non la stiamo ascoltando realmente: è la capacità del nostro pensiero non cosciente di fare del suono un’immagine mentale che, visto che spesso si sognano musiche mai ascoltate, non è un ricordo cosciente, ma una creazione del pensiero non cosciente.
Ovviamente, visto che l’artista realizza un’opera in stato di veglia, questo pensiero non cosciente non deve essere scisso dal pensiero cosciente, anzi deve essere un unico pensiero: a quel punto tutto il movimento creativo interno, l’esigenza espressiva, diventa “fare” e magari anche ricerca.
Per dare valore a una metodologia come questa ci vuole il coraggio di un approccio non razionale alla musica, ci vuole il coraggio di non utilizzare la tecnica per mettere una distanza tra il formatore e la persona in formazione, ci vuole il coraggio di mettersi tutti in rapporto su base creativa, di essere uguali sul piano delle possibilità creative ma diversi nel modo in cui poi queste possibilità si esprimono e si rappresentano. Senza giudizi, senza valutazioni estetiche o tecniche che svuoterebbero di senso il fare creativo-rappresentativo.
Vorrei provare brevemente a raccontare come sono arrivato ad elaborare questo metodo: da sempre ho fatto ricerca sulla musica, su questo particolare linguaggio espressivo-rappresentativo non razionale specifico della specie umana, questo rapporto tra fantasie umane che utilizza come mezzo il suono organizzato: mi chiedevo perché quando ascoltavo la musica sentivo quelle fortissime emozioni, mi chiedevo cos’era questa reazione umana al suono.
Una cosa però era già chiara: la musica in natura non esiste, esistono invece esseri umani che inventano, cantano, suonano, ascoltano, fanno cioè esistere questa cosa che chiamiamo musica.
Quindi la musica riguarda esclusivamente l’umano e il rapporto interumano.
Per oggi ci fermiamo qui: continua nel prossimo articolo.
© Tony Carnevale
Abstract (EN)
This article reflects on the creative and relational nature of musical development through the experience of the laboratory. Moving beyond traditional teacher-student models, the text presents “learning through relationship” as a process in which expression, listening, imagination and shared creative work become the true foundations of musical growth. Through collective projects, original writing, singing and composition, participants gradually discover an authentic artistic identity that cannot be reduced to genre, technique or academic instruction. The laboratory is described as a space-time in which everyone learns: not only the participants, but also the facilitator, who grows through the evolving relationship with others. At the core of this vision is the idea of music as a specifically human, non-rational expressive language, rooted in inner experience, unconscious thought and human-to-human exchange.