Poetica, Ricerca e Formazione Musicale

Poetica, Ricerca e Formazione Musicale

Questo articolo apre una serie di tre testi tra loro collegati. Ogni contributo può essere letto autonomamente, ma insieme i tre articoli compongono un unico percorso di riflessione.

 

Poetica, Ricerca e Formazione Musicale

 

Sono parole legate l’una all’altra: la poetica è il nostro approccio all’espressione artistica, il modo di pensare l’arte e la sua funzione sociale, è il punto di partenza di quello che, più o meno coscientemente, diventa poi rappresentazione artistica.

E siccome l’arte è esclusivamente legata all’umano, la poetica è legata di conseguenza al nostro modo di pensare l’umano: una visione antropologica dell’arte.

Ma la poetica, da sola, non sarebbe sufficiente per fare formazione: diventa necessaria una ricerca per capire sempre di più questo linguaggio umano non razionale che utilizza il suono come mezzo, capire sempre di più cos’è questa reazione umana al suono e come funziona un processo creativo.

La musica è quindi un linguaggio espressivo, non necessario per la sopravvivenza, quindi un’esigenza; e allora bisognerebbe tentare di capire cos’è questa esigenza che ne permette l’esistenza.
Quanto detto ci suggerisce una visione della musica come rapporto tra fantasie umane, come condivisione di un processo creativo che coinvolge l’ideatore, l’interprete esecutore e l’ascoltatore.

E questa idea porta con sé la conseguenza che la musica non esiste, esistono cioè solo esseri umani che rendono possibile, con il loro pensiero ed il loro fare, questo movimento interno di emozioni ed affetti, questa esperienza psichica – quindi ripeto esclusivamente umana – che chiamiamo musica. E sappiamo bene che quando usiamo questa parola con amici, allievi e colleghi, spesso non stiamo parlando della stessa cosa.

Per molti “musica” è sinonimo dell’unico genere musicale che ascoltano o che suonano, oppure sono le note scritte sul pentagramma, o qualcosa che vive di regole prestabilite o, peggio ancora, qualcosa che viene da chissà dove.

Ecco perché, parlando da formatore, è assolutamente necessaria una visione condivisa, quindi una poetica condivisa, al di là dei generi musicali e delle idee più o meno astratte, per poter essere interdisciplinari e collaborare didatticamente.

Riassumendo, quindi, la poetica è qualcosa che parte da un’esigenza espressiva e può mettere in moto una ricerca che diventa poi la base necessaria per poter fare formazione, per poter condividere con altri la conoscenza e stimolare nuove ricerche. E sono queste le cose che hanno portato ad una concreta metodologia, ai laboratori che dirigo da anni.

Ed è proprio nel rapporto con i partecipanti ai laboratori che questo metodo si è andato sempre più sviluppando, e solo dopo dieci anni di esperienza concreta è stato scritto un primo tentativo di comunicare questa proposta didattica con un libro.

Ecco perché quando a volte mi si chiede di parlare del mio metodo, viene ormai spontaneo definirlo il “nostro” metodo: è infatti dai problemi posti dai partecipanti che sono stato costretto a trovare soluzioni, senza l’aiuto di un riferimento metodologico precedente. Infatti, nonostante le tante cose studiate al Conservatorio, quasi tutto quello che so fare l’ho imparato dalla pratica musicale e professionale concreta, e studiando le opere dei musicisti.

Di conseguenza la maggior parte delle cose che propongo come formatore non ho potuto impararle da nessuno, e ho dovuto trovare un modo per far diventare questa ricerca e questa esperienza una fonte di stimolo e apprendimento per altri. Soprattutto si è reso necessario capire sempre meglio, appunto, i processi di apprendimento e le possibilità di sviluppo della creatività, parola spesso legata al divino o alla predisposizione genetica, in realtà esclusiva capacità umana che riguarda quindi tutti.

Nei laboratori ci sono e ci sono stati anche dei formatori, che hanno posto un altro problema: non bastava più formare musiciste e musicisti, facendo sviluppare le loro capacità creative e rappresentative, ma si è reso necessario anche fornire a formatrici e formatori degli strumenti utili per permettere di poter, a loro volta, aiutare altri a sviluppare le proprie capacità.

Si è così consolidato il metodo ANORA, acronimo di approccio non razionale, dove la parola “non” non sta ad indicare un’assenza, ma la presenza, appunto, di una realtà invisibile ma concreta, una realtà spesso ignorata da una didattica che generalmente è più incline allo strumentismo e ad un assetto teorico-tecnico: la realtà di cui parliamo è quella della fantasia umana e l’idea di arte come espressione del mondo interno di ognuno di noi.

E torna il problema della poetica, di cosa pensiamo sia la musica.
E spesso, come abbiamo già detto, non ci capiamo. Quando ho iniziato – nel 2000 al Conservatorio L. Refice, dove oggi conduco l’evoluzione di quei princìpi nel Laboratorio di Direzione Artistica della Produzione Musicale -, questo metodo non era ovviamente ai livelli in cui si trova oggi; ma una cosa era molto chiara da subito: bisognava cambiare radicalmente il pensiero sulla musica e sulla didattica per poter fare qualcosa di veramente nuovo.

Non è mai stato facile raccontare questa idea di musica e questo metodo, e questo ha fatto maturare nel tempo la convinzione che l’unico modo per comprenderlo sia quello di vivere concretamente l’esperienza di apprendimento attraverso il metodo ANORA.

A un certo punto è sembrato anche importante che ne parlasse direttamente chi ha sperimentato sulla propria pelle questo metodo, quindi ho spesso chiesto di farlo alle persone che frequentano i laboratori: ognuno di loro ha raccontato a modo suo, con la sua voce, con il suo suono originale, la propria esperienza.
Se volete, potete ascoltare il “suono” delle loro voci cliccando QUI.

© Tony Carnevale

Abstract – EN
This article explores the relationship between poetics, research, and musical development as interconnected dimensions of artistic practice. Poetics is understood as the foundation of artistic expression and as a reflection of a broader vision of the human being, positioning music as a fundamentally human and relational experience rather than a technical or formal system.
From this perspective, research becomes essential in order to understand the non-rational processes underlying musical creation and the human reaction to sound. This ongoing inquiry forms the basis for an approach to musical development that moves beyond technical structures toward the growth of creativity, awareness, and expressive identity.
The text outlines how this process led to the development of the ANORA Method (Non-Rational Approach to Music), shaped through years of practical work in laboratories and through direct interaction with participants. In this context, learning is conceived as a shared and experiential process, where creation, reflection, and transmission are deeply interconnected.
Ultimately, the article proposes a vision of music as a human process rather than an object, emphasizing the need for a shared poetics in order to enable meaningful artistic and interdisciplinary collaboration.



error: Content is protected !!