La sparizione silenziosa dell’artigianato musicale

La sparizione silenziosa dell’artigianato musicale

Riprendiamo e approfondiamo il discorso iniziato nei due precedenti articoli sull’AI.

C’è un altro aspetto, meno visibile ma forse ancora più profondo, che accompagna l’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale nella musica: una sparizione lenta, quasi impercettibile, di intere generazioni di musicisti, arrangiatori, compositori, produttori.
Amplificando un passaggio già accennato nei precedenti articoli, qui il discorso si allarga all’intero ecosistema culturale che lo rende possibile.
Non una sparizione improvvisa, ma una dissoluzione progressiva, che avviene mentre tutto sembra ancora funzionare. Io mi riconosco in ciò che potremmo chiamare, senza retorica, una forma di artigianato musicale: un modo di fare musica in cui aveva senso saper suonare davvero, saper cantare intonati, stare a tempo, arrivare preparati in studio, assumersi il rischio dell’errore.
Non per eroismo, né per escludere altri dal diritto di esprimersi, ma perché quella era la realtà.
Lo studio di registrazione costava, il nastro girava, il tempo illimitato non era un’opzione.
E, soprattutto, c’erano orecchie disposte ad ascoltare.
Oggi questo mondo non sta cambiando, sta finendo: e non è per fare i tragici, è un dato storico.
L’intelligenza artificiale accelera un processo già in atto, come una sorta di “IKEA musicale” che, rispetto al falegname, rende accessibile, veloce, più economico e standardizzato ciò che prima richiedeva tempo, competenza e fatica.
Se l’obiettivo è spendere meno, fare prima, ottenere qualcosa che “funziona” subito, è naturale scegliere “l’IKEA”.

Ma questo non rende inutile il falegname: lo rende meno visibile.
Questa sparizione non è senza precedenti nella storia. Ci sono stati momenti in cui intere culture sono state travolte non perché inferiori, ma perché fondate su un rapporto con il corpo, con il tempo, con il fare, incompatibile con sistemi più rapidi, con armi più potenti e più efficienti. È ciò che è accaduto ai nativi americani, la cui conoscenza del territorio, il saper fare, il rapporto con la natura e il senso della relazione sono stati resi irrilevanti da una civilizzazione armata di strumenti più veloci ed efficienti, e di una diversa, e violenta, idea di progresso.
La differenza, oggi, è che per gli artigiani della musica non esistono “riserve”. Non diventano folklore, non vengono preservati come memoria culturale, non sono più nemmeno “altro” da osservare. Semplicemente smettono di esistere, perché il loro sapere è lento, costoso e “inefficiente” per la società che si sta affermando. E ciò che non è efficiente, in un sistema che misura tutto in termini di rendimento, non viene sconfitto: viene semplicemente ignorato, fino a scomparire.
Il punto non è stabilire cosa sia “meglio”, ma riconoscere che il terreno culturale che accoglieva un certo tipo di musica e di artisti non esiste più, non perché non esista più la capacità di farla, ma perché non esiste più la capacità di ascoltarla.
O meglio: non esiste più un ascolto collettivo, formato, disponibile alla complessità, al nuovo.
Ci sono state opere, in passato, che hanno potuto esistere proprio perché c’erano le orecchie per accoglierle.
Oggi esce moltissima musica che non viene ascoltata, non perché sia peggiore, ma perché non c’è più lo spazio mentale e culturale per riceverla. È paradossale, ma reale; si produce qualcosa di cui le persone potrebbero avere bisogno, ma loro non lo sanno, e poiché non lo sanno, scelgono altro: qualcosa di immediato, riconoscibile, rassicurante, divertente, “leggero”.
Verrebbe quasi voglia, se non fosse per il rischio di essere equivocati o di rendersi antipatici, di definire un nuovo genere musicale: la musica “pesante”, non nel senso della fruibilità, ma del peso “specifico” dei processi creativi e realizzativi che ne hanno reso possibile l’esistenza.
Questa non vuole essere una denuncia, ma una semplice constatazione: essere consapevoli di appartenere a una forma di artigianato in via di estinzione non significa rivendicare superiorità, né crogiolarsi nella nostalgia. Significa sapere dove si è, in quale tempo storico si sta operando, e smettere di misurarsi con criteri che non esistono più.

La musica, quindi, non è sparita: è cambiato il mondo “intorno” alla musica. 
E continuare a comportarsi come se quel mondo fosse ancora vivo è, oggi, l’equivoco più grande possibile.
Questa sparizione rende progressivamente “inutile”, purtroppo, anche la formazione, ed è qui che il problema diventa drammatico: la formazione musicale, artistica, culturale avrebbe certamente più senso se esistesse un terreno in grado di accogliere ciò che forma.
Oggi accade il contrario: l’assenza di un certo tipo di ascolto e questa “escalation” nel produrre AI, rende meno importante lo studio, e l’esistenza dell’intelligenza artificiale accelera brutalmente questo processo.
Studiare richiede tempo, fatica, elaborazione dell’errore, frustrazione, ma oggi il tempo è percepito come uno svantaggio competitivo: chi studia sa già di partire in ritardo rispetto a chi non studia e utilizza strumenti artificiali per arrivare più velocemente a un risultato “accettabile”; non migliore, ma certamente più rapido.
Quando la velocità diventa il criterio dominante, lo studio smette di essere un investimento e diventa un handicap: questo è un passaggio tristissimo. In un mondo del genere, la formazione avrebbe senso solo se ripensata radicalmente: a livello di formazione all’ascolto, di relazione con il suono, di esperienza emotiva condivisa, non per creare musicisti professionisti, ma per creare, innanzitutto, ascoltatori capaci di sentire. Abbiamo un linguaggio comune a tutti gli esseri umani, la musica, ma la lingua con la quale questo linguaggio può essere veicolato è imposta dall’industria e dal mondo del business. Con la complicità della maggior parte degli ascoltatori.
Forse, l’unica speranza reale, rimane quella di contare sullo sforzo di formatori e insegnanti in grado di percepire l’importanza culturale e sociale del loro fare.
Senza ascoltatori, la musica come linguaggio umano non trova neanche il “luogo umano” dove vivere, anche se “esiste”. Affrontare oggi un percorso artistico coraggioso, fuori dal mainstream, diventa un gesto eroico, individuale, sempre più isolato, anche se sempre più necessario.
La vera estinzione non sembra riguardare, quindi, solo i musicisti, ma l’idea stessa che studiare abbia ancora un senso sociale e collettivo. Quando una società arriva a pensare che studiare sia uno svantaggio, ripeto, non siamo più davanti a un problema tecnologico, siamo davanti a una mutazione culturale profonda, di cui l’intelligenza artificiale è solo il catalizzatore finale.
In questo scenario, quindi, la questione non riguarda solo chi produce musica, ma anche chi ascolta.
Ogni ascolto, infatti, contribuisce a legittimare un processo creativo, una produzione, un’idea di musica.
E quando parliamo di “ascolti”, non possiamo ignorare che una parte di essi, oggi, è generata artificialmente attraverso sistemi automatici, strategie algoritmiche o vere e proprie manipolazioni numeriche.

Anche questo contribuisce a rendere più fragile il concetto stesso di consenso.
In questo senso, scegliere cosa ascoltare, acquistare un disco o andare a un concerto non è molto diverso dall’esercitare un diritto di voto: ogni scelta legittima un modello culturale e produttivo, e come accade nella politica internazionale, non sempre si è disposti ad ammettere che le conseguenze di ciò che “vince” sono anche il risultato delle preferenze collettive.
Non voglio arrivare al paradosso di Nanni Moretti che, in Sogni d’oro, rivolgendosi al pubblico diceva: “Ve lo meritate Alberto Sordi”, ma il punto resta: il consenso non è neutro. È anche il pubblico, attraverso le proprie scelte, a decidere cosa viene legittimato, cosa può esistere e cosa, semplicemente, scompare.
Proseguendo il discorso, è importante ribadire che l’impatto dell’intelligenza artificiale nella musica non riguarda soltanto i compositori, ma anche gli interpreti e gli esecutori.
La sostituzione del processo umano non avviene solo nella scrittura, ma anche nell’atto dell’esecuzione, nell’interpretazione, nella presenza corporea e relazionale che dà forma concreta al suono. In questo senso, l’intelligenza artificiale non incide su una singola funzione, ma sull’intero ecosistema umano della musica.

Ma a questo, forse, ci aveva un po’ abituati anche il MIDI e l’uso dei suoni campionati o di sintesi.
In uno scenario simile, una possibile direzione di riflessione potrebbe essere quella di rendere visibile e riconoscibile la presenza di un processo artistico umano. Non come marchio di qualità o di valore estetico, né come strumento di “esclusione”, ma come atto di trasparenza nei confronti dell’ascoltatore. Una sorta di certificazione dell’artista, intesa non come riconoscimento formale, ma come dichiarazione di responsabilità: la disponibilità a rendere visibile il proprio percorso umano, la propria storia, la propria formazione, le proprie capacità, l’assunzione del rischio reale nel fare musica e proporla, esponendosi agli altri.
Una certificazione di questo tipo non direbbe che una musica è “migliore” di un’altra, così come un prodotto dichiarato “biologico” non afferma di essere superiore, ma semplicemente rende chiaro come è stato realizzato.

Allo stesso modo, dichiarare un processo musicale interamente umano, o l’uso consapevole e accessorio di strumenti artificiali, permetterebbe all’ascoltatore di scegliere se sostenere un ecosistema culturale umano, oggi sempre più fragile e vicino all’estinzione. Molti lo fanno, ma con l’ambiente: verrebbe da pensare che la società sia più sensibile alla deforestazione ambientale che a una possibile “deforestazione culturale”.
Forse un giorno, se questa “deforestazione culturale” continuerà, i musicisti che credono ancora nel processo umano sentiranno la necessità di creare spazi propri, anche digitali, in cui la presenza dell’essere umano non sia un dettaglio, ma il fondamento stesso del creare uno spazio condiviso. Non per escludere, ma per tenere in vita un ecosistema umano e per essere più onesti con l’ascoltatore. Non per nostalgia, ma per responsabilità.
Resta inevitabilmente aperta la questione di chi possa certificare se una musica è stata realizzata attraverso un processo umano. Una domanda complessa, che non pretende in questa sede una risposta definitiva.

Tuttavia, alcuni indizi di realtà esistono già: un percorso artistico umano è quasi sempre rintracciabile on line, attraverso una storia documentata, opere pubblicate nel tempo, contesti professionali verificabili, o semplicemente attraverso la possibilità, per chi ascolta, di trovare tracce di quell’artista nel mondo reale. In questo senso, una prima forma di certificazione non potrebbe che essere una conseguenza, visibile, più vicina a un’autocertificazione verificabile che a un titolo formale. In mancanza di regole condivise e di organismi capaci di assumersi una simile responsabilità, ciò che resta oggi è un elemento tanto semplice quanto decisivo: l’onestà.
Non mi stanco di tornare su questo punto, perché è forse l’unico che possa ancora essere proposto senza nostalgia né moralismi: l’onestà di dichiarare se un’opera è stata realizzata attraverso un processo umano, se e come sono stati utilizzati strumenti di intelligenza artificiale, e di assumersi pubblicamente la responsabilità di quella dichiarazione. In questo passaggio storico, forse l’unica certificazione possibile è proprio questa: rimettere il rapporto tra chi crea e chi ascolta nelle mani dell’onestà delle persone.
A questo punto mi prendo la licenza di spostare il discorso su un piano più simbolico: a volte mi chiedo se noi musicisti “nativi artigiani” non stiamo finendo per assomigliare a Fitzcarraldo, il personaggio del film di Werner Herzog interpretato da Klaus Kinski, un uomo che aveva un sogno apparentemente assurdo, portare l’opera lirica nel cuore della giungla, non per civilizzare, non per conquistare, ma per far esistere qualcosa che per lui aveva un senso assoluto.
Fitzcarraldo appare come un visionario, forse un folle, forse un eroe inutile.
Eppure il punto non è se il suo progetto fosse realistico: il punto è che lui probabilmente sapeva che la giungla non chiedeva l’opera, e nonostante questo sentiva che doveva portarla lì.
Forse musicisti come me e altri continuano a produrre musica in un mondo che non la domanda più, non perché credano di salvare qualcuno, ma perché non saprebbero fare altro senza tradire se stessi.
Per diverso tempo abbiamo pensato, forse, che “la giungla” potesse essere “il nostro teatro”, ma probabilmente non lo è: questo non rende la musica meno necessaria, la rende soltanto più radicalmente fuori luogo. E a volte, essere fuori luogo, è l’ultimo spazio rimasto per dire qualcosa di vero.
Dobbiamo sperare nelle nuove generazioni, nel coraggio che viene da una esigenza interna di esprimersi, dall’emergenza di qualcosa che non può essere fermato. È l’unico, al di là dei possibili giudizi, in grado di arginare questa invasione delle macchine in un campo che, per me, resta ancora esclusivamente umano: la creatività e le opere che da essa prendono vita e diventano condivisibili attraverso il “fare”, attraverso le mani degli esseri umani.
Speriamo. La macchina esegue secondo regole: anche se impostata per non seguirle sta seguendo una regola impostata. L’essere umano è creativo, quindi originale, per nascita: qui sta la differenza, forse proprio nell’imprevedibilità del pensiero creativo, nella sua spinta a rompere le regole.
Comunque il problema non è l’AI, che di per sé è una grande risorsa: il problema sono le persone e l’uso che ne possono fare. A buon intenditor….

© Tony Carnevale

 

Abstract (EN)

This article examines the gradual disappearance of what may be defined as musical craftsmanship in the age of artificial intelligence. Rather than focusing solely on technological innovation, the text explores the broader cultural transformation that is reshaping the conditions under which music is created, transmitted, and received.

The central argument is that the current shift is not simply a matter of tools replacing functions, but of an entire human ecosystem becoming progressively invisible. Study, technical discipline, embodied performance, artistic risk, and the temporal dimension of creative work are increasingly perceived as inefficient within a system governed by speed, optimization, and algorithmic consensus.

The article introduces the metaphor of “cultural deforestation” to describe the erosion of listening capacities and the weakening of shared spaces in which complex artistic processes can survive. It questions the sustainability of musical formation in a context where immediacy overrides depth and where automated production reshapes the meaning of authorship and execution.

Rather than proposing nostalgia or technological rejection, the text calls for transparency and responsibility: the explicit acknowledgment of the human process behind a work, and the ethical clarity surrounding the use of artificial intelligence. In doing so, it frames the current moment not as a purely technological crisis, but as a profound cultural mutation affecting both creators and listeners.



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