07 Feb L’Onestà Come Ultima Forma Di Autorialità
Ovvero: La Musica Nell’Era Degli Algoritmi.
Proviamo ad approfondire il discorso proposto nel precedente articolo del TC Journal “Non tutto ciò che suona è musica: l’inganno dell’AI”. L’intelligenza artificiale, in un certo senso, non nasce oggi: è la formalizzazione tecnologica di qualcosa di già presente, basato sulla ripetizione di modelli, sull’imitazione di ciò che “funziona” ed è “accettato”.
La didattica tradizionale, così come è stata spesso concepita e attuata, ha utilizzato quasi sempre modelli e soluzioni già pronte.
Non per aiutare l’individuo a esprimere un’esigenza personale, ma per portarlo a riconoscere e riprodurre forme esistenti, oppure a suonare quanto composto da altri.
Il Metodo ANORA, che da anni guida il mio lavoro formativo e artistico, va nella direzione opposta.
Non parte dal modello, ma dall’essere umano come fonte originale di pensiero e creatività.
Non chiede all’individuo di adeguarsi a una tecnica, ma alla tecnica di adattarsi a un’esigenza espressiva umana e originale.
L’uso dell’intelligenza artificiale diventa eticamente problematico quando viene utilizzato per sostituire una competenza che non esiste, e soprattutto quando questo fatto viene nascosto o presentato in modo ambiguo. Un musicista, o un ascoltatore molto raffinato, che possiede una reale competenza, potrebbe forse riconoscere l’intervento dell’AI: nei cliché, nei modelli, nella mancanza di “senso” umano, che spesso coincide anche con l’assenza di piccole “imperfezioni” umane (ma le macchine spesso sanno anche imitare queste).
Il problema nasce quando chi non sarebbe in grado di produrre quel risultato lo presenta come se fosse frutto di una propria capacità: in questo caso non siamo più nel campo della sperimentazione, ma in quello del millantato credito, non giuridicamente, ma eticamente. Non è il mezzo a essere ingannevole: è la falsificazione dell’identità, della paternità e della relazione.
A questo punto è necessario chiarire anche un altro equivoco molto diffuso, che riguarda il concetto di sincerità espressiva artistica.
La musica è vera quando nasce da un’esigenza espressiva sincera, indipendentemente dal genere, dalla qualità del risultato o dal suo possibile successo. È falsa – o, per essere più realistici, funzionale – quando nasce con un’altra finalità: rispondere a una strategia commerciale, comunicativa o di posizionamento. In questi casi l’espressione non è il fine, ma il mezzo.
Questo non significa che la musica “vera” sia automaticamente “quella giusta” o artisticamente rilevante. Significa soltanto che ha un’origine autentica. La sincerità, infatti, non è un marchio di qualità, ma una condizione di partenza: serve a distinguere l’arte dall’operazione commerciale, non a stabilire il valore di ciò che viene prodotto.
Proprio per questo motivo, l’idea dell’“artista sincero” come garanzia automatica di legittimità è una delle più grandi truffe concettuali del nostro tempo. Quando la sincerità diventa un argomento retorico, uno slogan o un’identità dichiarata, smette di essere tale e diventa un alibi: un modo per giustificare qualsiasi risultato, sospendendo ogni criterio critico e ogni responsabilità nei confronti del linguaggio artistico e degli ascoltatori.
In questo senso, la distinzione tra musica vera e musica falsa è diversa da quella tra musica umana e musica artificiale.
Esistono, infatti, produzioni umane profondamente false, perché interamente strategiche, così come l’intelligenza artificiale è perfettamente in grado di produrre oggetti formalmente curati ed efficaci. Ma ciò che manca, in entrambi i casi, è l’origine: un’esigenza espressiva umana che attraversi un corpo, una competenza, un fare reale.
Quando la sincerità viene proposta come valore automatico, il risultato non è una maggiore libertà creativa, ma una confusione culturale che rende indistinguibili l’arte, l’intrattenimento e la simulazione.
Uno dei problemi è che, riferendosi all’AI, si parla spesso di “democratizzazione della musica”, soprattutto nella comunicazione da parte di piattaforme che propongono sistemi di generazione musicale basati sull’intelligenza artificiale, presentandoli come strumenti capaci di “fare musica” a partire da semplici descrizioni, quindi di “permettere” a tutti di esprimersi attraverso i suoni.
Molti utenti, magari, partono effettivamente da un’idea, da un’immagine mentale, talvolta persino da un’intenzione espressiva autentica. Ma descrivere ciò che dovrebbe fare un musicista non equivale a “fare” musica: inserire un prompt non significa tradurre un’esigenza espressiva in suono, ma delegare interamente questa traduzione a un sistema che opera al posto dell’essere umano.
So di riprendere un concetto già espresso, ma è proprio qui che l’equivoco tende a riprodursi con maggiore forza: l’idea, da sola, non è musica, altrimenti potrebbe essere sufficiente, per fare un esempio, immaginare un quadro per ottenere un’opera come quelle di Picasso o di Caravaggio. Quindi descrivere a parole un dipinto per poterne rivendicare la paternità artistica, una volta realizzato da una intelligenza artificiale, non sarebbe una cosa onesta.
L’opera nasce nel momento in cui l’intenzione espressiva si muove attraverso un corpo, passa per una competenza, per un “saper fare”, e viene trasformata in opera. Quando questo processo è interamente affidato a un sistema artificiale, ripeto, l’autorialità non può essere trasferita a chi ha scritto il prompt.
Nel migliore dei casi, si potrebbe parlare di una co-autorialità, ma estremamente sbilanciata; nel peggiore, di una idea culturale che sposta l’atto creativo/realizzativo dal “fare” al “chiedere di fare”.
Naturalmente si potrebbe “chiedere di fare”, come spesso succede, a un altro umano, un co-autore, un arrangiatore, un produttore musicale; e questo fa una grande differenza con l’uso delle macchine, perché la relazione artistica umana mette in movimento complesse dinamiche non razionali che saranno determinanti per il risultato finale. Quindi un bravo musicista collaboratore, soprattutto se creativo ed originale, non può essere sostituito da una macchina. Al limite la macchina può sostituire quelli mediocri.
E quindi lo spostamento dal “fare” al “chiedere di fare” non è neutro: cambia radicalmente il senso dell’autorialità e della relazione con l’ascoltatore che la musica, come linguaggio umano, presuppone.
In questo senso, il funzionamento dell’intelligenza artificiale ricorda molto da vicino ciò che accade nel film Avatar: un essere umano, limitato nel proprio corpo reale, viene collegato a un altro corpo, più grande, più forte, più performante, che gli consente di fare cose che nella sua condizione non potrebbe fare. Questa possibilità ha un aspetto positivo evidente: permette di superare un limite reale e di ottenere risultati altrimenti irraggiungibili.
Il problema nasce quando quel corpo mediato viene presentato come corpo reale. L’avatar non è la persona, ma il risultato di un processo tecnologico che agisce al suo posto. Allo stesso modo, l’uso dell’AI può supplire a una mancanza di competenze producendo risultati efficaci; il nodo etico, non mi stanco di ripeterlo, emerge quando quei risultati vengono presentati come espressione diretta di una capacità personale. In quel momento non siamo più nel campo dello “strumento” ma, come già detto, in quello del millantato credito: l’immagine potente dell’avatar prende il posto della realtà umana che lo utilizza, e la mediazione tecnologica non dichiarata diventa un inganno consapevole.
Dentro la figura spettacolare di una creatura fantastica, dotata di forza e poteri straordinari, non si rivela, quindi, una nuova identità, ma si nasconde una realtà fragile. Non c’è un essere più evoluto dietro l’avatar, ma le difficoltà, o le impossibilità, di una persona reale, nascoste da una macchina. È qui che la metafora dell’avatar mostra il suo punto più delicato e più scomodo: quando la potenza che vediamo non coincide con una potenza reale, ma con una funzione delegata, l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e diventa una protesi. Il risultato appare, ma ciò che funziona all’esterno non corrisponde a un processo interno vissuto.
E finché questa realtà non viene dichiarata, ripeto e concludo, ciò che viene mostrato come forza finisce per mascherare un’impossibilità rimasta intatta: una protesi identitaria.
Poi c’è il pubblico, ci sono gli incassi. Ma il film Avatar è onesto, perché lì l’avatar è dichiarato.
© Tony Carnevale
Abstract (EN)
Honesty as the Last Form of Authorship.
Music in the Age of Algorithms.
This article follows and expands on the previous TC Journal piece “Not Everything That Sounds Is Music: The AI Deception”, exploring its ethical and cultural implications. The issue of artificial intelligence in music is not merely technological: it concerns the very meaning of authorship and the relationship between the creator and the listener. AI becomes problematic when, instead of serving as a tool for those who truly “know how to do”, it is used to replace missing competencies, producing formally effective results that are then presented as expressions of personal ability. At that point, we are no longer dealing with a tool, but with a form of ethical misrepresentation: a falsification of identity, authorship, and relationship.
The article also addresses some widespread misconceptions, including the idea that intention or concept alone already constitutes music, and that expressive sincerity automatically guarantees artistic value. Authorship does not arise from asking a machine to act, but from real doing: from an intention that passes through a body, a skill, and a sense of responsibility, accepting even the risk of not being immediately understood.
In an era in which artificial intelligence can function as an identity prosthesis, honesty remains the only possible form of certification: clearly stating whether a work is born and realized through a human process, how artificial tools may have been used, and publicly taking responsibility for that choice.