31 Dic Musica: al di là dei luoghi comuni, cos’è?
Succede spesso, parlando di Musica con amici, allievi e colleghi, di avere la sensazione che, pur usando tutti la stessa parola, non stiamo parlando della stessa cosa.
Come se, pur essendo uguali le lettere, sia diverso il “suono/senso”.
Tanti luoghi comuni, osservazioni superficiali, sentito dire, convinzioni astratte o addirittura credenze mistico-religiose.
A volte, purtroppo, è colpa della distanza che si crea tra chi vive la musica come libera espressione umana e chi pensa che invece la musica sia soltanto il genere che pratica o che ascolta, spesso credendolo addirittura superiore ad altri. La divisione in generi, che per qualcuno rappresenta un’illusione identitaria, crea spesso mondi a se stanti, rendendo difficile capirsi.
Ma una visione della musica pienamente condivisa è difficile da raggiungere, anche perché la rappresentazione e la fruizione dell’arte in generale sono fatti soggettivi. Vediamo però se riusciamo almeno a mettere in evidenza certe pericolose banalità che ci vengono raccontate a livello culturale sulla musica e sui musicisti, quei pensieri che confondono e che possono addirittura allontanare dalla musica.
E comincerei da quello che sembra essere il più drammatico. Avete mai visto Amadeus, il film di Milos Forman? C’è una scena nella quale si evidenzia che il musicista “invidioso” Salieri sia convinto che la creatività in musica sia un dono divino (a lui non concesso, a Mozart, sì).
Pensate che questo succeda solo nei film? Tempo fa ho sentito dire da Giovanni Allevi, che la musica che scrive “gliela dettano gli angeli”: quest’idea di dono divino, fa il paio con l’idea apparentemente atea che esista un dono naturale, una predisposizione genetica, qualcosa comunque di innato.
Quindi, o hai il dono divino – o ci nasci – o non puoi fare musica. Se da una parte l’assetto religioso o apparentemente ateo propongono questo, dall’altra la cultura dominante va a braccetto con l’industria dell’intrattenimento e con la didattica che ne diventa in qualche modo complice, e continuano a proporre un modello di virtuoso dello strumento o della voce che stupisce con abilità tecniche e manuali. Come se la valenza espressiva della rappresentazione artistica possa dipendere da un’abilità tecnica di un certo livello. Non si nota la differenza tra “suonare uno strumento” e “suonare musica con uno strumento”.
C’è un altro film, tanto per capire come si muove la cultura dominante, che si intitola La leggenda del pianista sull’oceano, di Tornatore, nel quale c’è una famosa scena di una sfida tra pianisti. Il nostro pianista sull’oceano sembra addirittura avere – e la regia fa di tutto per evidenziarlo – quattro mani, tanto è il virtuosismo espresso nella scena. Quello dovrebbe essere un musicista?
In questo esibizionismo, in questo suonare vuoto si annida un’idea, la violenza di escludere dalla possibilità di esprimersi con la musica, non solo chi non ha particolari abilità manuali, ma soprattutto i portatori di handicap fisico ai quali, in quanto esseri umani, non manca certo una creatività che potrebbero esprimere grazie anche alle moderne tecnologie. La musica, infatti, non è solo suonare o cantare.
È chiaro che composizioni come la Sonata per pianoforte op. 106 di Beethoven richiedono grandi abilità tecnico esecutive ma, in quel caso, come evidente necessità di un altrettanto grande livello espressivo-compositivo. Lo stesso si potrebbe dire in ambito improvvisativo ed esecutivo in genere, dove a volte, però, il musicista potrebbe rischiare, per la presenza del pubblico, di farsi prendere la mano dalla voglia di stupire, più che di emozionare.
La lista degli orrori non è finita: una nota scuola di musica pubblicizzava il valore delle proprie attività didattiche proponendo la foto di una bambina, con accanto la propria insegnante di pianoforte, che suona con gli occhi bendati.
Che idea c’è a monte? Penso sia evidente che questo tipo di abilità circense non ha nulla a che fare con l’idea di musica come espressione. Proviamo a riassumere: se la creatività, la possibilità di esprimersi attraverso la propria musica originale, è quindi un dono divino o l’esclusiva di alcuni eletti che ci nascono, non rimane, ovviamente, che abbandonarla a un dio o alla genetica e occuparsi dell’aspetto tecnico-esecutivo; la logica conseguenza è anche lo scarico di responsabilità da parte del docente: se l’allievo non riesce è perché non ha il dono. Il figlio mostruoso del matrimonio tra pensiero religioso e didattica. Con queste idee è ovvio il perché la parte creativa della musica sia così trascurata a livello formativo: come si può pensare a un metodo di sviluppo della creatività se si crede che sia un dono?
Quello, o c’è o non c’è. Bisogna liberarsi da queste credenze per permettere a tutti di riappropriarsi del diritto naturale di esprimersi attraverso i suoni, a qualsiasi livello, ritrovando quel proprio suono originale che non ha bisogno del virtuosismo per esprimersi, né di essere paragonato con gli altri: nessuno infatti può essere migliore di sé ad essere se stesso. Viste queste cose, allora questa esperienza comune che chiamiamo musica, cosa potrebbe essere?
Tempo fa, in un convegno pubblico, il musicista Paolo Fresu ha affermato che la musica è un mistero, e che sarebbe bene che rimanesse tale.
Questa posizione, comprensibile e legittima sul piano personale, diventa però problematica se assunta come presupposto culturale generale, soprattutto quando si parla di ricerca e di formazione musicale.
Se la musica è un mistero che non può essere indagato, allora qualsiasi tentativo di ricerca sulla musica e sullo sviluppo della creatività rischia di essere delegittimato in partenza.
Rinunciare alla ricerca significa infatti rinunciare implicitamente anche alla possibilità di fare formazione, almeno a un certo livello di onestà intellettuale e di responsabilità umana.
Questa idea non è isolata. Ho sentito affermazioni simili anche da parte di altri, tra cui uno psicologo che sosteneva non avesse senso definire la musica. In un’altra occasione, una persona che mi aveva contattato per invitarmi a intervenire in un convegno mi disse, quasi con leggerezza: “Ma in fondo, chi è che sa davvero cos’è la musica?”. La mia risposta fu semplice: non posso certo pretendere di conoscere la verità sulla musica, ma posso affermare di avere un’idea molto precisa di cosa sia la musica per l’essere umano. Ed è proprio da questa esigenza di chiarezza, e dal senso di responsabilità che ne deriva, che nasce ogni autentico percorso di ricerca e, conseguentemente, di formazione, se la si vuole praticare a un certo livello.
Per provare, quindi, a rispondere a una domanda così delicata su cosa sia la musica, dobbiamo cambiare punto di osservazione: spostarci da ciò che il suono è per la fisica a ciò che il suono diventa per l’essere umano. In altre parole, dobbiamo muoverci sul piano antropologico.
La fantasia interna umana, reagendo allo stimolo di quello che per la fisica sono solo onde sonore che passano per l’apparato uditivo, ci permette di creare, grazie alla “capacità di immaginare”, qualcosa nel nostro pensiero che potremmo appunto definire immagini, che non sono figure del ricordo cosciente e che creano il movimento interno di emozioni e affetti, qualcosa che può permettere anche di ricreare una memoria non cosciente dei primi mesi di vita in cui non c’è ancora il linguaggio verbale ma un pensiero per immagini legato alla sensibilità del corpo. Quei primi mesi in cui non è ancora possibile distinguere bene tra vedere, ascoltare, assaporare, annusare, ma dove tutte le percezioni si rifondono continuamente in uno straordinario movimento interno. Anche nell’adulto, ogni nuova esperienza si rifonde come memoria non cosciente oltre che come ricordo cosciente. Beethoven ha potuto scrivere musica pur essendo diventato sordo: poteva infatti immaginare i suoni proprio perché ne aveva un’immagine mentale, memoria e ricordo, anche se spesso utilizzava un bastoncino tenuto tra i denti e appoggiato al pianoforte per sentire le vibrazioni attraverso le ossa del cranio. Il pensiero per immagini compare anche nei sogni, dove pensiamo di sentire dei suoni che ovviamente non stiamo percependo realmente: è la capacità del pensiero umano – in questo caso non cosciente – di realizzare il suono come “immagine”.
A questo punto viene anche da chiedersi: a cosa serve la musica? L’essere umano che viveva nelle caverne – probabilmente la donna – ad un certo punto, ha preso un osso di animale o un bastoncino cavo, l’ha forato e ha iniziato a soffiarci dentro per produrre un suono. Perché?
Per imitare i suoni degli animali, diceva Sachs, come strumento di seduzione, diceva Darwin, come derivazione del linguaggio parlato, sostenevano Rousseau e Spencer.
Lascio la questione agli esperti e mi piace pensare quel primitivo suonare come un’attività senza uno scopo utile, un’esigenza di esprimere qualcosa del proprio mondo interiore: è ovvio che quel suono non poteva essere stato “imparato” da nessuno.
La musica è dunque un’esigenza espressiva, una rappresentazione della fantasia dell’essere umano, che si veicola attraverso i suoni e può essere vissuta e recepita come musica solo da una fantasia umana. Il vagito, la voce, sono realtà esclusive dell’essere umano, ed è affascinante chiedersi come poteva essere la comunicazione attraverso i suoni prima dell’avvento del linguaggio verbale.
Questo articolo prosegue nel prossimo contributo.
Abstract (EN)
This article explores the question “What is music?” by moving beyond common cultural assumptions and deeply rooted clichés that continue to shape how music and musicians are perceived today. Despite the apparent universality of the word “music,” its meaning often shifts depending on personal beliefs, genres, technical skills, or ideological positions, generating confusion and exclusion rather than shared understanding.
Through references to widely accepted narratives—such as the idea of musical creativity as a divine gift, an innate talent, or a purely technical virtuosity—the article highlights how these views contribute to a restrictive and often violent cultural model. This model tends to separate “those who are allowed to make music” from “those who are not,” marginalizing creative expression and reducing formative activities to technical performance alone.
The text also addresses a contemporary cultural stance according to which music should remain an unfathomable mystery. While such a view may be meaningful on a personal or poetic level, the article argues that, when adopted as a general cultural premise, it risks delegitimizing both research and formative activities. If music is considered beyond inquiry, then any serious attempt to investigate creativity and formative practices is rendered meaningless.
In response, the article proposes a shift in perspective: from a physical definition of sound to an anthropological understanding of music as a human experience. Music is presented as an expressive necessity rooted in imagination, embodied perception, and early non-verbal memory, rather than as a product of innate talent or technical display. From this standpoint, music becomes a shared human possibility, accessible at different levels, and inseparable from responsibility, research, and formative practices.
This contribution sets the foundation for a broader reflection on music as a human, relational, and formative experience, which will be further developed in the following article.
*This English version was developed with the support of artificial intelligence tools as part of a parallel writing process. The original text, concepts, and authorial vision are entirely human and remain the definitive reference.